La Fiera di Santa Rosa… anche nei ricordi!

A Viterbo la fiera di S. Rosa è stata sempre una allegra tradizione, che si celebra il giorno del quattro settembre in concomitanza con la festa della nostra Patrona S. Rosa.

fiera di santa rosa 2019
Grande folla per la Fiera di Santa Rosa 2019

sagginiA Viterbo la fiera di S. Rosa è stata sempre una allegra tradizione, che si celebra il giorno del quattro settembre in concomitanza con la festa della nostra Patrona S. Rosa. Quando ero ragazzo aveva una dimensione indimenticabile e assolutamente non paragonabile a quelle attuali. Ricordo che tutti andavano alla fiera, perché nell’occasione si poteva acquistare, a prezzi molto convenienti, o anche riuscire a trovare oggetti che non si potevano reperire con facilità nei negozi abituali. Ma il motivo che muoveva tanti viterbesi era la sua cornice suggestiva, fatta di personaggi e situazioni irripetibili.

Gli occhiali dei morti

Per esempio, in cima alla scalinata che da Via Cavour conduce in Via Saffi, proprio sotto al Palazzo Poscia, c’era un omino che tutti gli anni poneva a terra un ombrello nero aperto, come se si fosse trattato di un cesto, pieno fino all’orlo di occhiali da vista usati di ogni foggia, e di ogni gradazione. I bifolchi che arrivavano dalle campagne, si avvicinavano al cesto, provavano più volte a inforcarli e a leggere, finché non trovavano la gradazioni giusta. Allora si rivolgevano all’omino, e con pochi soldi, avevano fatto la visita oculistica e anche comperato un bel paio di occhiali usati. Ma usati da chi? Naturalmente da tutte persone defunte.

Una montagna di calli rinsecchiti                

In Via Cavour, c’era poi il venditore di un famoso callifugo, (oggi il prodotto si trova solo in farmacia), che per mostrare la qualità e l’efficacia della pomata che vendeva, non solo metteva in mostra tante fotografie di piedi con calli e duroni, prima della cura e dopo la cura, ma sopra un lungo tavolo, ricoperto da un lenzuolo bianco, mostrava un mucchio di calli rinsecchiti, che erano stati estirpati con l’uso del prodotto che pubblicizzava.

Il destino in un foglietto

Poi si poteva incontrare la zingara che distribuiva “pianete”.  Erano queste dei foglietti di vari colori che contenevano una predizione sulla vita passata e futura. Venivano distribuiti con un metodo che era molto affascinante e dava la “certezza” della scelta casuale. La gitana teneva a tracolla una gabbia al cui interno c’era un pappagallino.  Quando un cliente chiedeva la “pianeta”, la donna apriva lo sportellino ed il pappagallo si sporgeva fuori e pescava con un colpo di becco una di queste cartine colorate, tra tante variopinte e ben stipate in un cassetto attaccato sotto alla gabbia. Siccome la scelta era fatta dal pappagallo c’era la sicurezza che la “pianeta” era quella che il fato aveva voluto destinare a quel cliente. Più o meno come una versione moderna dell’oracolo della sibilla cumana.

Il mangiatore di fuoco e di spade

Poi c’era il mangiatore di fuoco che si riempiva la bocca di benzina e lanciava verso il cielo sbruffi di fuoco come un leggendario drago. Tra una sfiammata e l’altra, si faceva anche calpestare, dopo essersi disteso nudo sopra un tappeto di rottami di vetro. Sempre lo stesso uomo spesso inghiottiva anche una spada e rompeva una grossa catena con la forza di espansione del suo torace.

La famiglia cantastorie

Uno spettacolo a parte era rappresentato poi dai cantastorie, che fungevano da giornale nazionale al tempo che la televisione ancora non era stata inventata.  Questi gruppi erano perlopiù formati da nuclei famigliari: Il padre suonava la fisarmonica, la moglie cantava e le figlie giravano con il piattino.

Il cantastorie era seguito sempre da un folto pubblico. Egli aveva il talento di mettere, su strofe musicali, drammi nazionali o provinciali in cui c’erano sempre ingredienti come: Amore, passione, gelosia, violenza, maternità rifiutate, sangue, galera e pentimenti.  La storia veniva cantata e sottolineata da tutta una serie di mimi come: Sorrisi di allegria, smorfie di dolore, occhi sbarrati dal terrore, mani tra i capelli per la disperazione, o sguardi di compassione sia da parte della cantante, che da parte del marito che suonava lo strumento. Alla fine della cantata tutta la famiglia distribuiva, a quelli che davano una offerta, una locandina in cui c’erano disegnate a fumetti le storie che avevano appena cantato, e sotto ad ogni vignetta la strofa che la riguardava.

I ciarlatani e gli imbonitori

C’erano poi gli imbonitori quelli cioè che vendevano cose che non servivano a niente e a nessuno.  Una volta portai a casa una scatoletta con tante polveri che servivano, a detta dell’imbonitore, a fare tanti liquori. Si poteva fare lo strega, il maraschino, il cognac e tanti altri.  L’avevo comperato pensando che erano veri liquori, sicuro di aver fatto un affare, ma mio padre quando vide la scatoletta si mise a ridere, e mi disse che erano solo cartine che servivano a colorare  l’acqua dello stesso colore del liquore.

L’anguilla marinata di Innocenzo

Oggi, tutto quello che ho raccontato non c’è più. Ma, a pensarci bene, una cosa molto bella e tradizionale è rimasta. E’ il banchetto di anguilla marinata di Innocenzo da Vallerano, novanta anni suonati e portati con vigore, che sta sempre lì in Via Matteotti, angolo Via della Cava. Provatela è una specialità. Per il resto, oggi la fiera si riduce a bancarelle che espongono tutte le stesse cose. Poco o niente che non si possa trovare tutti i giorni nei supermercati, e poi tante bancarelle soprattutto di extracomunitari. Ma la tradizione vuole che il giorno quattro di settembre si festeggi il Santo Patrono, e sia festa. E allora per santificarla, come da tradizione, ci mettiamo la visita al santuario di S. Rosa, e anche una passeggiata tra i banchetti della noiosissima fiera.

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